Un libro di molte pagine è rassicurante. Non lo tieni
facilmente, non ha confini arginabili, ti chiede un impegno prolungato, anche
quando mangi qua e là salti di pagine. Un lungo libro, l’immondizia del gusto
alessandrino, conduce con sé fango e sicurezza, come il sole d’una giornata
d’estate: ci sarà fino a sera, disturberà la prima luna e impedirà che la notte
sia lunga. Un libro lungo è come il sole d’estate.
Ho paura di finire un libro; la tristezza dell’abbandono non
si colma ricominciandolo da capo. Ho paura perché non sono capace di continuare
la storia nella mia mente, o semplicemente perché non accetto che una storia
debba finire? L’eternità non è una quantità, ma una qualità, per noi creature
del mondo: un bisogno costantemente, infinitamente lasciato insoddisfatto.
Ecco, amo i libri che si trattengono con me il più possibile; a volte non li
finisco apposta, li lascio nell’indefinito, nel sospeso, o soffrirei.
Dice Dostoevskij (o il suo Sognatore, che non è diverso): “Dopo due pagine, la
mia fantasia è già scatenata, e non vado oltre!”.
Le notti bianche
sono un libro
brevissimo, profondo molti altri, che fin dalla prima lettura mi ha uccisa.
Guardo la mia libreria traboccante: ogni libro che vi figura è stato sfogliato,
amorevolmente cullato, marchiato dalla mia firma e poi riposto, dopo poche
pagine. Alcuni sono andati oltre con me, invece. Un corteggiamento lunghissimo
per alcuni, altri, invece, colpi di fulmine: questa mia con i libri è una storia infinita, è il caso di dirlo.
Torno a loro con foga rinnovata, oggi, come una figlia
discola che non li ha venerati abbastanza, anche se non ha mai lasciato la loro
casa divina. Cerco me stessa, ma c’è un sottofondo acre, in tutto questo. Loro,
che sono stati la mia distrazione, protezione e corazza nei tempi della solitudine,
mi porteranno forse ancora via dal mio cuore? Mi dico che troppo a lungo ho
rimuginato sugli stessi dolori, senza stordirli d’ottimo liquore di versi, o
frasi, o sogni nuovi; i libri sono stati uno schermo, o un desiderio, o un piacere inconfondibile?
Far diventare viva la materia inerte è affare d’Anubi – e mio. Un tempo foste
inchiostro odoroso, penna scorrevole e occhi di luce, care parole! Chi vi ha
architettato vi ha posto quali sigilli silenziosi e segreti di corrispondenze
infinite: quando mi avvicino a voi, in punta di piedi, e sfoglio un mio libro,
so che sto per vivere.
E’ triste, ma alcuni di noi hanno scovato l’amicizia nell’odore squisito della
carta.
Ora prego: non siate fuga, bensì compagni, non cancellate il
mio sentiero verace, rafforzatelo; datemi domande, non risposte, e siate miei
ed io vostra… libri, sapienza e passione d’infinito!